Qual è dunque la formula migliore per ridurre il fenomeno, o quantomeno per limitare l'appannaggio totale, e quindi il profitto, della criminalità?

Bologna
06:00 del 17/01/2018
Scritto da Luca

Qual è dunque la formula migliore per ridurre il fenomeno, o quantomeno per limitare l'appannaggio totale, e quindi il profitto, della criminalità? Si può fingere di non vedere un problema. Oppure si può ricordare per esempio che il 75 per cento dei rapporti tra clienti e prostitute avviene in modo non protetto, con alti rischi sanitari e possibile contagio di infezioni e malattie a trasmissione sessuale.

La riapertura delle "case di tolleranza" porterebbe di certo questi incontri in luoghi più controllati e sicuri, dove sarebbe più facile vigilare sul rispetto delle norme igieniche, e ci sarebbe il vantaggio di poter imporre verifiche sulla fiscalità. Inoltre si potrebbe monitorare il fenomeno con più precisione. Le case d'appuntamento legali avrebbero il pregio almeno di combattere l'ipocrisia, di chi non vuole affrontare una questione dove il moralismo la fa da padrone: la verità è che come ha dichiarato la Comunità Papa Giovanni XXIII, il cliente italiano tipo è un uomo sposato (nel 77% dei casi), benestante (nel 56% dei casi). Anche se è bene chiarire un aspetto: a livello teorico è facile cedere alla tentazione di identificare la regolamentazione con la fine del mercato "sommerso" e della prostituzione "clandestina". Purtroppo non è comunque possibile prevedere se in Italia la sola gestione dello Stato riesca a debellare le sacche di criminalità, sarebbe ingenuo pensarlo. Anche per questo il dibattito sull'argomento tiene banco da anni.

Non sono stati questi gli unici tentativi di regolamentare la prostituzione, prevedendo soluzioni differenti. Più di un modello è stato oggetto di analisi in questi anni, dal modello "neoproibizionista" alla svedese, che vuole appunto depenalizzare l'offerta ma colpire il cliente, al modello "regolamentarista" che vuole fare della prostituzione una professione, passando da quello "abolizionista" con il quale si vogliono punire le devianze criminali, non la prostituzione in sé. Senza contare la proposta avanzata per esempio dal sindaco Marino, che aveva pensato di introdurre all'Eur una "red zone" apposita, che però appunto avrebbe messo il Campidoglio in una posizione scomoda, ponendosi in contrasto con la legge della senatrice Merlin.
COSA SUCCEDE IN EUROPA? – Ma come viene regolamentato il settore nel resto dell’Europa? Quali sono i modelli che sono riusciti ad interpretare al meglio la questione? Come cambiano, se cambiano, le condizioni sociali dei sex workers in questi paesi? È proprio vero che con la regolamentazione la criminalità smette di guadagnare e di sfruttare? Abbiamo cercato di capirlo parlandone con esperti, imprenditori e legislatori dei diversi paesi che dal 2000 ad oggi hanno introdotto leggi per la regolamentazione del settore. L’effetto più visibile delle normative sulla regolamentazione nei diversi paesi è il miglioramento del “decoro” urbano: strade e sobborghi vengono ripuliti dalla prostituzione di strada, inoltre diminuisce il costo sociale di una diffusa e incontrollata attività criminale sul territorio. Sebbene siano più controllati e confinati, non è provato che si arrivi a una significativa riduzione dei crimini legati alla prostituzione e, soprattutto, a una decina di anni dall’introduzione delle principali leggi in diversi paesi europei, non viene riscontrato un deciso miglioramento delle condizioni delle prostitute che in buona percentuale continuano a rimanere vittime di tratta e sfruttamento, rimanendo spesso nell’ombra.

I numeri sono difficili da determinare, estrapolati da un complesso intreccio di dati e informazioni tra l’ufficiale e l’ufficioso, raccolti da associazioni ed enti che non sempre utilizzano metodi scientifici e soprattutto differiscono, per attendibilità, da paese a paese.


Così anche il quadro tracciato dalle Nazioni Unite, serve a dare un’idea di massima, a delineare un trend. Il quadro eruopeo parla di un fenomeno distribuito su tutto il territorio, in Austria è stimata una presenza di 20 mila prostitute, in Germania sono fra le 300 e le 400 mila, in Grecia più di 30mila, altrettante in Olanda, in Lettonia circa 10mila, in Svizzera 8mila, in Ungheria 10mila. I numeri non sono inferiori nei paesi che non regolamentano il settore. In Italia si è già detto che è stimata una presenza di 90mila prostitute, in Spagna tra le 50 e le 250mila, in Francia circa 40 mila, in Polonia altrettante, 80mila nel Regno Unito. I numeri crescono, anche di molto, quando si prendono in considerazione le forme di prostituzione occasionale, ovvero gli individui che praticano l’attività per un periodo limitato e non ne fanno la propria attività principale. Marina Mancuso, ricercatrice e dottoranda presso Transcrime (Joint Research Centre on Transnational Crime) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha spiegato: “Anche nei paesi europei che adottano un approccio cosiddetto regolamentarista (ovvero dove esistono leggi che regolamentano l’esercizio della prostituzione, nda) continua a esistere il fenomeno della tratta ai fini di sfruttamento sessuale dal momento che, al pari di tutti gli altri paesi, offrono opportunità criminali che vengono intercettate dai trafficanti”.  

I MODELLI – Restando in ambito europeo gli approcci al fenomeno sono radicalmente diversi da paese a paese. Si va dal proibizionismo (la prostituzione è vietata per legge, vengono perseguiti i clienti, come in Svezia, Norvegia e Islanda) al regolamentarismo passando dall’abolizionismo (che punisce sfruttamento, reclutamento e favoreggiamento della prostituzione) fino al neo abolizionismo (è il caso di Italia e Francia, dove si colpisce in particolar modo la prostituzione al chiuso, mentre si tollera quella all’aperto), ciascuno con le sue sfumature e le sue eccezioni. La prostituzione è regolamentata per legge in Germania, Olanda, Svizzera, Austria, ma anche Grecia, Regno Unito, Ungheria e Lettonia. Ognuno di questi paesi ha scelto la propria formula, dai bordelli statalizzati alla creazione di quartieri a luci rosse, fino alla concessione di specifiche licenze. Non è facile ottenere dei dati ufficiali, anche contattando fonti governative, spesso si ottengono risposte evasive e numeri aleatori. È evidente che, anche laddove la prostituzione è formalmente legale e lo Stato incassa la sua parte, rimane un’area grigia. Una zona d’ombra, più o meno vasta, popolata da quella fetta di persone che per varie ragioni non hanno convenienza (o non riescono) ad emergere dall’illegalità.

Il modello proibizionista, specialmente quello adottato in Svezia, poi in Norvegia e Islanda, è quello che sembra dare i maggiori risultati: la prostituzione è vietata sempre sia al chiuso che all’aperto. Vengono perseguiti i clienti in quanto la prostituzione viene sempre considerata una forma di violenza nei confronti della donna, anche quando questa sia consenziente. Infatti in questi paesi il numero di persone coinvolte nella prostituzione è generalmente molto basso, ma non è escluso che un simile approccio, in paesi più difficilmente sorvegliabili (maggiormente popolati) possa produrre un effetto opposto, favorendo la creazione di un mondo sommerso, dove sarebbe ancor più difficile controllare. Il modello abolizionista e, in particolare quello neo abolizionista adottato dall’Italia, non considera la prostituzione un attività illegale, ma vengono punite e perseguite una serie di reati correlati, come sfruttamento e favoreggiamento.

Un punto di vista privilegiato sul fenomeno lo fornisce Andrea Di Nicola, professore di criminologia all’Università di Trento, autore di studi per il Parlamento europeo e per la Commissione europea su tratta e prostituzione, compreso quello che ha classificato i diversi modelli sopra descritti. “Quale sia il modello migliore non lo sappiamo. La panacea non esiste e questo va detto – spiega Di Nicola -. Ogni modello ha i suoi limiti, ma senza ombra di dubbio l’approccio dello struzzo, ovvero di chi mette la testa sotto la sabbia perché è più facile non vedere che affrontare il problema, non porta a nulla di buono”. Tralasciando aspetti di carattere etico, la politica per fare le proprie scelte dovrebbe basarsi sui dati. La raccolta dei dati in questo settore è particolarmente complessa, ma si possono fare anche delle valutazioni in astratto: “Il sistema adottato dall’Italia, ovvero quello di consentire la prostituzione senza regolamentarla, è quello che presenta i maggiori costi”. E non si parla solo di costi diretti: “Ci sono i costi umani, quelli legati alla criminalità, quelli sanitari, quelli sulla sicurezza percepita (come ad esempio il deprezzamento case nelle zone ad alto tasso di prostituzione). Si può dire che ragionando per astratto il modello italiano ha più costi rispetto a quei paesi che adottano politiche di regolamentazione”. Preferibile dunque una regolamentazione del settore: “La regolamentazione farebbe emergere tutta la parte di nero non sfruttato, distinguerebbe inoltre il lecito dall’illecito, eliminando o riducendo quelle zone grigie dove non si capisce bene chi è punibile per quale reato”. Insomma dove esiste una regola chiara si capisce meglio quello che si può e quello che non si può fare e, di conseguenza, chi va perseguito e chi no.


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Categorie: , Curiosità, Nuove Leggi, Sociale


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