LAYERS OF FEAR 2 RECENSIONE - Con Layers of Fear 2, i polacchi Bloober Team proseguono il percorso già intrapreso col primo capitolo, non distanziandosi di un centimetro dai canoni che hanno decretato il successo di una storia intrigante e ben narrata.

Roma
13:00 del 25/05/2019
Scritto da Samuele

LAYERS OF FEAR 2 RECENSIONE - Con Layers of Fear 2, i polacchi Bloober Team proseguono il percorso già intrapreso col primo capitolo, non distanziandosi di un centimetro dai canoni che hanno decretato il successo di una storia intrigante e ben narrata. Impara l’arte e mettila da parte, si direbbe, e invece l’arte è di nuovo al centro dell’attenzione e conosce stavolta una nuova declinazione: se nel capostipite il protagonista era un pittore con irrecuperabili problemi mentali e allucinazioni, in Layers of Fear 2 farete la conoscenza di un attore di Hollywood che riceve la chiamata di un regista per girare un breve film a bordo di un transatlantico.

LAYERS OF FEAR 2 RECENSIONE - I Don’t Wanna Be Me

La premessa è in realtà quanto di più lontano da ciò che sarà in effetti il nucleo della storia, basata interamente sul continuo indagare la personalità di un attore alla deriva, che nell’indossare centinaia di maschere ha perso di vista il suo reale volto, il suo vero Io, la parte più profonda di sé. Ecco dunque che la nave in avaria e sperduta nell’oceano in tempesta è metafora di un uomo che annega, di una personalità che s’inabissa su un fondale buio e misterioso, dove si annidano segreti e brancolano pericolosi tentacoli. I tentacoli malevoli che vogliono ghermire James sono quelli del passato, di quando era bambino, di quando l’abuso era consuetudine e i mondi di fantasia creati per evadere erano l’unica via per resistere, per crescere preservando ciò che restava dell’innocenza.


LAYERS OF FEAR 2 RECENSIONE - Layers of Fear 2 è spesso più ermetico del primo capitolo; tende a confondere volutamente, velando le verità nascoste fino alla fine del quinto e ultimo capitolo, raggiungibile in circa sette ore di gioco. La voce narrante del leggendario Tony Todd (trilogia di Candyman) è una profonda e inquietante eco che vi rimbomberà in petto, pronta a ricordarvi con amare verità che la spersonalizzazione d’attore non potrà mai cancellare il doloroso passato.
Lo schema narrativo di Layers of Fear 2, in fondo, non si allontana dal passato, motivo per cui sarete costretti a ricostruire la faccenda pezzo dopo pezzo, sia tramite documenti sia vivendo attraverso un’inquietante ed efficace narrazione ambientale che vi risucchierà in una sorta di incubo allucinato.

Dal punto di vista del gameplay vero e proprio Layers of Fear 2 non apporta sostanziali migliorie rispetto al predecessore che si era guadagnato il poco invidiabile appellativo di door simulator: all'atto pratico l'attività principale rimane proprio quella di aprire le porte. Per rendere un po' più movimentata l'esplorazione, innalzando così anche il livello di suspence, gli sviluppatori hanno inserito degli escamotage tecnici ben riusciti. Uno degli esempi tipici è il seguente: si raggiunge la porta alla fine di un corridoio; provando ad aprirla si scopre che è chiusa, ma voltandosi indietro ci si rende conto che l'ambientazione è cambiata e che ci sono nuove vie d'uscita da percorrere. La linea immaginaria che conduce al livello seguente è intuitiva e non si corre praticamente mai il rischio di perdersi, ma ci sono alcune stanze "segrete" (o per meglio dire poco evidenziate), che meritano di essere scovate perché contengono indizi che rendono la storia più intellegibile.


Fortunatamente in questo thriller psicologico non si aprono solo le porte: certi passaggi richiedono di fuggire da un'ombra che ci perseguita sin dai primi minuti (si tratta delle sequenze dove la tensione raggiunge i picchi massimi, pur senza diventare insopportabile), o di evitare dei fasci di luce che, colpendo il giocatore, lo costringono a ripetere la sequenza. Ci sono anche alcuni puzzle di semplicissima risoluzione; del resto non ci si poteva attendere molto di più da un titolo che decide di privarsi dell'inventario (che nella mappatura dei tasti dovrebbe essere consultabile, anche se all'atto pratico non funziona) e che, per sua stessa natura, si sviluppa all'interno di camere dalle metrature ridicole. Non mancano nemmeno delle "sliding door" (perdonate il gioco di parole): situazioni circostanziate in cui scegliere tra due percorsi - il secondo dei quali non sempre intuitivo - indirizzando in questo modo l'esito finale.

 


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Categorie: , Videogames


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