Lo studio del Senato: fino ai 28 mila euro gli aumenti di stipendi rischiano di finire divorati dal mix di aliquote e mancati bonus e detrazioni

Perugia
09:40 del 09/10/2019
Scritto da Gerardo

MENO GUADAGNI, MENO PAGHI - Un primo spunto di riflessione viene dalle tasse sugli stipendi, previste in modo progressivo per finanziare il welfare (in cui rientrano settori cruciali come scuola, sanità, assistenza e altri servizi pubblici rivolti alla comunità). Già dagli anni 80, però, questo sistema ha rivelato alcuni punti critici: senza entrare troppo nel tecnico, diciamo che l’Italia sta pagando il ritardo nelle riforme e che, nel tempo, ha accumulato debito pubblico per far fronte alla spesa previdenziale (crescente anche per via dell’invecchiamento medio della popolazione) e sociale.

MENO GUADAGNI, MENO PAGHI - E’ vero che In Italia molti contribuenti onesti, dipendenti o pensionati, non solo pagano le tasse con aliquote  progressive che mangiano fino al 48% del reddito  (se si tiene conto anche di  addizionali comunali e regionali), ma devono contribuite anche al pagamento di ticket e altri balzelli, in misura proporzionale al reddito, per poter avere libero accesso a servizi sovvenzionati in gran parte da loro stessi (basti pensare che il 12,8% dei contribuenti che hanno reddito lordo superiore ai 35 mila euro concorre da solo al 60% delle entrate Irpef). Quello che succede è che molti redditi bassi che hanno diritto ad alcune prestazioni gratuite, si ritrovano di fatto a poter contare su un reddito effettivo superiore rispetto a coloro che, invece, pur non essendo definiti ricchi, sono stati chiamati a contribuire ai suddetti servizi con il pagamento di tasse e tributi. La penalizzazione riguarderebbe i ceti medi. A questo punto sarebbe meglio guadagnare meno e avere certi servizi gratuiti?

MENO GUADAGNI, MENO PAGHI - L’andamento delle aliquote marginali effettive, cioè quello che si paga realmente al fisco, è sorprendente: invece delle cinque aliquote cui siamo abituati nel “mondo reale” ce ne sono solo tre. Lo studio le elenca: la prima pari a zero, cioè la fascia esente fino a circa 10 mila euro; la seconda del 30 per cento fino a 28 mila euro e sopra i 28 mila euro intorno al 42 per cento.




L’effetto di questo sistema che somiglia alla flat tax, cioè la tassa ad aliquota proporzionale proposta in queste settimane, è una marcata diseguaglianza. Perché sotto i 28 mila euro l’aliquota del 30 per cento è costellata di salti e scalini ad ogni aumento di reddito, mentre sopra i 28 mila euro ogni aumento di stipendio viene sottoposto alla stessa aliquota.

Lo studio contiene alcuni esempi.
Il primo riguarda le addizionali Irpef locali che non si pagano se si è sotto la soglia di esenzione tra i 9.000 ed i 15.000 euro: in questo caso basta un solo euro in più, spiega il rapporto, che il contribuente debba versare l’addizionale su tutto il suo reddito e non solo sull’incremento come prevederebbe la logica fiscale.

L’altro paradosso avviene con il bonus di 80 euro, che si esaurisce a 26 mila euro di reddito lordo: chi si trova a 24 mila e ottiene una entrata aggiuntiva di 2.000 euro, perde il bonus e paga l’aliquota sull’aumento. Il calcolo è che si arriva ad una aliquota marginale specifica del 48 per cento. Si può arrivare complessivamente ad una aliquota del 100 per cento sull’incremento, che viene in questo modo annullato.

Terzo momento critico, intorno ai 15 mila euro quando si entra nel secondo scaglione Irpef del 27 per cento: qui cominciano a diminuire gli assegni familiari generando una aliquota marginale effettiva anche del 10 per cento. Per ogni 100 euro di aumento di reddito, 10 se ne possono andare per la sola perdita degli assegni familiari.  Forse per evitare paradossi ed errori sarebbe opportuno un intervento di riordino.


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Categorie: , Denunce, Economia, Lavoro


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