I nodi ora riguardano i ruoli e lʼincarico di Di Maio. Il giuramento del nuovo esecutivo potrebbe avvenire a metà della prossima settimana

Venezia
09:30 del 29/08/2019
Scritto da Samuele

CONTE PRONTO PER IL GOVERNO BIS - L'era del Conte-bis sta per iniziare. Mattarella ha convocato il premier uscente ora al Quirinale. Gli affiderà l'incarico di formare un governo in base all'intesa politica certificata nelle consultazioni da Cinque Stelle e Dem. I nodi ora riguardano, più che il programma, i ruoli e il consenso interno, a cominciare dall'incarico di Di Maio e dal voto sulla piattaformaRousseau.

'Serve il coraggio di tentare per chiudere la stagione dell'odio', dice Zingaretti. Il capo M5s rivendica di aver già rinunciato al ruolo di premier indicando Conte un anno fa e declinando oggi un nuova offerta della Lega. Lo Spread Btp/Bund intanto apre in calo a 172 punti, rendimento all'1,01%.

Le consultazioni di Conte si terranno poi a Montecitorio. A quanto si apprende, Conte incontrerà le delegazioni, forse già da oggi, nella Sala Busti. Le dichiarazioni alla stampa si dovrebbero tenere nella Sala della Regina.

CONTE PRONTO PER IL GOVERNO BIS - È importante non perdere di vista il fatto che, a prescindere dall’illustre passato accademico, dalle auspicabili buone intenzioni e dalle classifiche di gradimento, Conte dovrebbe essere ricordato anzitutto come l’esponente di punta del governo che, per la prima volta nella storia repubblicana, ha istituzionalizzato il razzismo e la xenofobia, rendendoli fenomeni di costume. Per tutti questi motivi, quello degli italiani per il premier dimissionario è un innamoramento grottesco e incomprensibile: il j’accuse di Conte nei confronti di Salvini esprime concetti condivisibili, ma non può essere sufficiente per cancellare i quattordici mesi trascorsi a nascondere la testa sotto la sabbia di fronte ai ripetuti esercizi di autoritarismo del vicepremier leghista: quello che sta per volgere al tramonto è stato, a tutti gli effetti, un governo Salvini ante-litteram.




Il ministro dell’Interno ha avuto la strada spianata nel portare a compimento i propri obiettivi programmatici in materia di immigrazione, in primis grazie all’assoluta connivenza della componente “gialla” del “governo del cambiamento”, di cui Giuseppe Conte è diretta emanazione. In questi mesi, il M5S ha messo in mostra tutto il suo masochismo, pur di restare al governo: Di Maio e soci sembravano quasi affetti da una sorta di sindrome di Stoccolma che li ha portati puntualmente a innamorarsi del proprio carnefice, scegliendo di graziare Matteo Salvini dal processo per il sequestro dei migranti della nave Diciotti, consentendogli di interpretare liberamente il ruolo di garante supremo dell’ordine e incassando, nel frattempo, clamorose sconfitte sui temi caldi della propria campagna elettorale (Tap, Tav e Ilva).

Così, mentre il leader del Carroccio cannibalizzava i consensi del Movimento, ridimensionandolo al di sotto del 20%, quest’ultimo si preoccupava unicamente di evitare che la spina dell’esecutivo venisse staccata anzitempo, dimostrando una volta di più quel famoso “attaccamento alla poltrona” con cui, spesso, ha attaccato i propri oppositori politici. L’accorato intervento con cui, nella giornata di ieri, Conte ha rassegnato le proprie dimissioni, rivolgendo quel pesante (e prevedibile) atto di accusa nei confronti di Matteo Salvini, seppur impeccabile dal punto di vista espositivo e contenutistico, non cancella l’imbarazzante mutismo istituzionale che ha caratterizzato il suo mandato.

Conte ha denunciato come “palesemente contraddittorio” il comportamento di un partito che “presenta la sfiducia senza ritirare i suoi ministri”, tacciando Salvini di “irresponsabilità istituzionale” per aver aperto la crisi in pieno agosto, di “scarsa cultura costituzionale”, di anteporre gli interessi personali e di partito a quelli nazionali, di strumentalizzare i simboli religiosi per foraggiare il proprio consenso elettorale e di fomentare le piazze al grido del “datemi pieni poteri”. In un sussulto d’orgoglio, Conte ha trovato addirittura il coraggio per accennare timidamente, per la prima volta di propria iniziativa, allo scandalo dei presunti finanziamenti russi percepiti dalla Lega dimenticando che, poche settimane prima, chiamato a riferire in Senato il proprio punto di vista sul tema, aveva liquidato la faccenda asserendo che “nessun membro del governo si è discostato dalla linea di adesione alla Nato” e che nessuna forza politica “avrebbe potuto imprimere rapporti internazionali in forza dei rapporti intrattenuti con altre forze politiche di altri Paesi”.

Come brillantemente esposto dalla senatrice Emma Bonino nel suo intervento di ieri, “le dissociazioni postume da un ministro di cui si è coperta ogni scelta, non sono granché convincenti”. Un’arringa di un’oretta, anche se infarcita di virtuosismi giuridici e di richiami ai valori costituzionali e alla correttezza istituzionale, non può lavare via l’onta di aver guidato l’esecutivo che ha forgiato la retorica dei “taxi del mare” per attaccare l’operato delle ong, che ha demonizzato l’accoglienza, che ha strizzato l’occhio all’estrema destra e che, parafrasando ancora le parole della Bonino, “ha trasformato l’Italia in un Paese incattivito dalla frustrazione e dal senso di impotenza”. Con le dimissioni di Conte, si chiude la parentesi di governo più di destra dopo il ventennio fascista: in poco più di un anno, quei valori su cui i Padri Costituenti hanno costruito le fondamenta del nostro ordinamento costituzionale sono stati messi costantemente in discussione. Del governo gialloverde ricorderemo soltanto i baci al rosario, le dediche al “cuore immacolato di Maria” e le bizzarre proposte di messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica. Con buona pace della “grammatica istituzionale” evocata ieri dall’avvocato del popolo.


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Categorie: , Denunce, Politica


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