Stiamo ovviamente parlando di Aladdin, il film animato del 1992 prodotto dai Walt Disney Animation Studios e diretto da Ron Clements e John Musker.

Napoli
16:20 del 24/05/2019
Scritto da Gerardo

RECENSIONE FILM ALADDIN - Disney sembra averci preso gusto coi live action. Reduce dal recente Dumbo e in vista del prossimo Il Re Leone, la major ha ora deciso di portare sul grande schermo un classico d’animazione che definire immortale è dire poco. Stiamo ovviamente parlando di Aladdin, il film animato del 1992 prodotto dai Walt Disney Animation Studios e diretto da Ron Clements e John Musker. Le canzoni, i personaggi e – soprattutto – l’ormai mitologico Genio della Lampada doppiato dal leggendario Robin Williams (e da un inarrivabile Gigi Proietti nella versione italiana del film) hanno permesso al cartoon Disney di entrare di diritto nell’Olimpo dei classici. Ovvio quindi che tentare di portare nuovamente su schermo, ma con attori in carne e ossa, un capolavoro di quella portata era un compito estremamente rischioso. Sarà riusciuto quindi un regista del calibro di Guy Ritchie a esprimere i tre desideri senza fare scempio dell’opera originale?

Le Notti d’Oriente…

RECENSIONE FILM ALADDIN -Nato come rivisitazione del classico del ’92, l’Aladdin di Ritchie riprende le fila nello stesso mondo magico da Mille e una Notte visto nel cartone animato originale. Un ragazzo di strada (Mena Massoud) è ansioso di abbandonare la propria vita da ladruncolo poiché convinto di essere destinato a qualcosa di più grande. Nella città di Agrabah, la figlia del Sultano – la Principessa Jasmine (Naomi Scott) sogna una vita fuori dalle mura del palazzo, magari utilizzando il titolo nobiliare per aiutare gli abitanti del suo pase natale. Il Sultano (Navid Negahban, doppiato in italiano da Proietti) ha però ben altri piani per la giovane, ossia quello di trovare per lei un marito adeguato. Nascosto in un angolo, il potente stregone Jafar (Marwan Kenzari) cerca in tutti i modi di trovare un modo per riuscire a sedere sul trono di Agrabah, prima che Jasmine lo faccia al posto suo.


Live-action
RECENSIONE FILM ALADDIN -Secondo possibile approccio per guardare il film: il modo dei live-action. Disney sta rivisitando un buon numero dei suoi classici, riscrivendoli – qui non ci sarebbe niente di male – e facendoli interpretare da attori in carne e ossa. Con il limite che si diceva della presenza strabordante di effetti speciali “en plein air”, che rende in effetti il numero di scene girate dagli attori probabilmente molto, ma molto inferiore a quelle di un film tradizionale in cui avessero la stessa esposizione.

Il film come detto è un remake del primo Aladdin, ma nella versione animata – con alterni risultati – il numero di titoli a disposizione è maggiore: oltre ad Aladdin (1992), ci sono anche Il ritorno di Jafar (1994) e Aladdin e il re dei ladri (1996). Si tratta insomma di una trilogia compiuta, con una chiusa finale neanche troppo banale. Per la critica, dopo il primo la serie precipita, ma il pubblico l’ha in ogni caso apprezzata.

In questa nuova vita come live-action, il regista – e co-autore della sceneggiatura – è il britannico Guy Ritchie, che alterna flop (come Travolti dal destino del 2002 con l’allora moglie Madonna) a successi (Lock & Stock del 1998 e Snatch del 2000), e che ha già avuto tra le mani grandi produzioni (Sherlock Holmes del 2009 e del 2011, un terzo è in arrivo) e film indipendenti notevoli (a me è piaciuto molto RocknRolla del 2007).

Ecco, la mano del Ritchie dei primi film indipendenti, delle trame intricate, delle azioni continue e sostenute da un ritmo incalzante, con dialoghi surreali e disarcionati dall’azione messa sullo schermo, eppure sempre rilevanti, è quasi scomparsa, completamente tritata dal meccanismo disneyano di produzione di belle storie per un grande pubblico planetario di bambini e dei loro genitori.

Rimane probabilmente qualcosa dei dialoghi disincantati (la scena in cui Aladdin si incarta nei panni del principe con Will Smith/Genio che lo supporta abbastanza poco, a partire dalle confetture, chi vedrà capirà), della visione tecnica, della capacità di muovere la camera, del tentativo di legare gli snodi della storia in modo sottilmente diverso da quanto ci si potrebbe aspettare. Ma il sapore complessivo è quello di una messa in scena molto differente da quello a cui siamo abituati quando pensiamo ai film di Ritchie. È un sapore generalizzabile anche ad altri film analoghi e che va oltre il paradigma autoriale della Nouvelle vague, tutt’ora imperante nell’immaginario collettivo dei film.


Mi spiego: è con il movimento cinematografico francese degli anni Cinquanta che celebra una “nuova ondata” di film a partire dal 1958 che viene superata la tradizione documentarista e moralizzante del dopoguerra sostituendola con una forma di sincerità espressiva e mezzi di fortuna: fin qui, è storia del cinema. Un aspetto importante della Nouvelle vague però è una nuova considerazione per il ruolo autoriale molto spinto del regista, che diventa adesso non più “solo” la persona che fa funzionare la macchina del film sul set, ma anche quella che “pensa” il film e la cui sensibilità è la lente con cui guardarlo.

Dentro la Nouvelle vague ci sono infatti i migliori registi francesi, che erano anche e prima di tutto un gruppetto di amici cinefili che si trovavano a guardare pellicole di tutto il mondo in un cineforum di Parigi. Gente come François Truffaut, Jean-Luc Godard, Jacques Rivette, Claude Chabrol ed Éric Rohmer. La loro sensibilità si trasforma in capolavori del cinema e non solo, crea un modo di guardare la realtà – quello in cui il regista sia il vero dominus del film – che risuona anche perché arruola d’ufficio molti altri registi, tra cui Alfred Hitchcock, Orson Welles, John Ford e Roberto Rossellini, per dire. Gente che prima veniva raccontata come tecnici della messa in scena, registi teatrali, coordinatori di una macchina complessa (pensate allo “studio system” di Hollywood, una vera e propria macchina per produrre un film dopo l’altro), e che invece all’improvviso si trova a essere considerate “autore” vero e proprio.

Ecco, Aladdin va tutto da un’altra parte. Non solo per il dispendio di mezzi e l’artificialità del racconto, ma anche e soprattutto perché secondo me sancisce ancora di più il ritorno alla figura del regista come tecnico tra i tecnici, e allo stesso tempo fa invece emergere il potere autoriale del produttore. In questo caso la coppia Dan Lin e Jonathan Eirich. Ma di queste figure quasi tutta la Hollywood dei polpettoni kolossal e best seller è oggi piena: persino i vari Steven Spielberg e per un po’ George Lucas si sono trasformati in “mostly produttori”, per poter riprendere in mano l’autorialità dei loro lavori. Essere registi non è più la cosa importante, quella che determina il film. Il regista diventa come il direttore della fotografia: un artista importante ma non creativo in senso completo, perché è lì per interpretare l’idea di qualcun altro. Un artista con una grande sensibilità, ma sempre un sottoposto.

Oggi infatti non c’è film di Guerre stellari, di Star Trek, della Marvel o della DC in cui il regista non sia stato retrocesso al rango di “tecnico sensibile” e magari di grande talento, ma sostanzialmente un giocatore della squadra di cui però l’allenatore è qualcun altro. Il vero direttore dell’orchestra è infatti diventato il produttore.

E non potrebbe essere diversamente, soprattutto con l’aumentare di peso non solo dei budget – a questo Hollywood ci è abituata -, ma anche per la diversità delle location, le tortuosità delle sceneggiature e ancora per via degli effetti speciali. Che poi è un modo riduttivo di considerare ad esempio che in questo Aladdin la buona metà del film è completamente realizzata con il computer, senza contare i set che sono per quattro quinti digitali, o la scimmietta Abu (il mio personaggio preferito) o la tigre della principessa, che non esistono o quasi nel mondo fisico.

Insomma, ciaone regista che fai il capitano della nave, adesso il vero comandante della missione è seduto nella stanza dei bottoni accanto alla rampa di lancio: è il produttore che immagina, pensa, decide, coordina sia il set vero che quello virtuale e poi fa realizzare. È l’unico ad avere una visione completa dell’opera, dalla sceneggiatura al montaggio e post-produzione finale.

 


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Categorie: , Cinema


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